Come salvare la Pezzullo


La Pezzullo Molini Pastifici e Mangimifici s.p.a. nel 1982 inoltrava domanda per la delocalizzazione dello stabilimento dalla strada statale 19, in piena Eboli, alla zona industriale in località Pezza Grande, ai sensi della legge 219/81 (la legge sulla ricostruzione).
Il progetto prevedeva una spesa di 119 miliardi di lire, a fronte della quale il contributo ammesso veniva quantificato in 72 miliardi di lire di denaro pubblico.
Nel 1986 i proprietari della Pezzullo s.p.a. cedevano il 33% delle azioni alla Buitoni s.p.a. che nel 1988 veniva acquisita dalla Nestlè Italiana s.p.a.
Nel 1989 la Nestlè acquistava la totalità delle azioni della Pezzullo s.p.a.
Nel 1991 il progetto esecutivo per la delocalizzazione dello stabilimento veniva aggiornato a Lire 120 miliardi e il finanziamento a Lire 87 miliardi.
Il 50% del contributo veniva erogato ed incominciava la interminabile vicenda del collaudo.
Nel 1992 la Commissione di collaudo accertò lavori per poco più di 60 miliardi di lire; nel 1994 ci fu una prima proroga del termine dei lavori al 5.6.1996. Al 31.5.1996 veniva chiesta una nuova proroga al 28.2.1997; il 24.2.1997 veniva chiesta una ulteriore proroga dei lavori al 30.6.1997.
Nel frattempo della vicenda si interessano sia la magistratura ordinaria sia quella amministrativa, ed incomincia un braccio di ferro col Ministero competente per la cessione in fitto di un ramo d’attività.
Richiesta che viene respinta una prima volta nel 1997 ed una seconda volta nel 1998.
In data 20.6.1997 la ditta comunica la ultimazione dei lavori. Il collaudo, però, viene chiesto solo il 15.7.1999 ossia dopo 2 anni dalla comunicazione di completamento dei lavori. Ciò nonostante in data 30.8.1999 viene comunicato alla ditta che il collaudo può essere avviato solo dopo l’approvazione della perizia. Solo nel 2000 veniva comunicato al Ministero la presentazione dei documenti della perizia.
Ma soltanto il 28.1.2002 si stipula apposito atto di transazione fra la ditta Pezzullo Molini Pastifici e Mangimifici s.p.a. ed il Ministero delle attività produttive, col quale, a seguito di rinuncia da parte della ditta Pezzullo s.p.a. di ogni tipo di richiesta risarcitoria per la sospensione della procedura, disponibilità a presentare nuova fidejussione che verrà poi quantificata in 78 miliardi di lire.
Disponibilità a rinunciare a qualsiasi ulteriore contributo a fronte di maggiore spesa rispetto all’importo ammesso nel 1991, si procede ad avviare l’approvazione della perizia e subito dopo il decreto di approvazione della perizia ad avviare le procedure di collaudo che saranno approvate con D.M. del 29.12.2003.
Dopo questo iter così contorto, è una storia ormai ventennale, nel 2005 la Nestlè Italiana comunica la cessione della Pezzullo Molini Pastifici e Mangimifici s.p.a. a TMT.
In definitiva dopo 20 anni e un finanziamento pubblico di oltre 70 miliardi di lire, la Pezzullo viene ceduta e pochi mesi dopo la cessione si registra il primo blocco di licenziamenti: 20/25 persone vengono “mobilitate”.
Nel frattempo il Mangimificio viene disattivato, col distacco anche della corrente.
Dopo due anni la dichiarazione di esuberi, legati, sembra, ad una perdita di una commessa di diecimila quintali.
E’ cronaca di questi giorni: la società dichiara 36 esuberi.
Il sindacato accetta l’idea dell’esubero, ma contratta sul numero e sui lavoratori che debbono andare in mobilità: 20, di cui 14 in fase di pensionamento e 6 “incentivati” ad essere volontari.
La trattativa dura mesi, fino a che l’ultimo giorno utile, prima dell’avvio delle procedure di legge, c’è l’incontro a Napoli in Regione.
Il padrone propone 25 licenziamenti, poi scende a 23.
Il sindacato accetta il numero ma resiste sul fatto che questi debbano essere individuati fra i “pensionanti” e i volontari.
Su questo si rompe la trattativa. Verbale negativo, si avvia la procedura di licenziamento.
Incominciano ad arrivare le lettere di licenziamento, secondo i criteri di legge.
Vengono colpiti i più giovani, ma anche situazioni allucinanti come quella lavoratrice con due bambini a carico e marito invalido. Unica entrata familiare che, improvvisamente svanisce.
I lavoratori mantengono l’ “Unità”, chiamano la città alla lotta: manco a parlarne avevano dimenticato che Eboli, nella logica degli ebolitani, finisce a S. Giovanni.
Le forze politiche latitanti, del resto quella non era la fabbrica dove il posto passava da padre in figlio?
Alibi facile, e debole, per nascondere una drammatica realtà: le forze politiche, ad Eboli, non hanno più alcun legame sociale. Non sono più in grado di mobilitare neanche i propri iscritti (veri o falsi che siano!), i riti si consumano tutti nelle istituzioni.
Che tristezza!
Ma questa non era la Eboli che nel 1974 tenne per quattro giorni l’Italia divisa in due?
Non era la Eboli laboratorio politico e culturale, soprattutto a sinistra?
Nel frattempo il “padrone” ha un ripensamento ci si incontra a Salerno in Prefettura, si afferma la disponibilità ad un nuovo incontro in Regione con la possibilità di riaprire quel “verbale negativo”.
A Napoli il padrone, per bocca dei suoi rappresentanti propone: 23 licenziamenti, scompare il riferimento ai criteri di legge, 50 cassa integrazione, di cui 27 a rotazione e 23 fissi (l’anticamera del licenziamento?).
Dopo 9 mesi appuntamento per verificare la situazione!
Il sindacato accetta.
Poi il colpo di scena: il “padrone” telefonicamente disconosce i suoi rappresentanti. Quella proposta non va bene.
Il giorno dopo la questione si sposta a livello nazionale.
A Roma il padrone accetta la proposta, avanzata dai suoi ma che ha bocciata a Napoli.
E’ una vittoria di Pirro?
I lavoratori non sanno se essere soddisfatti o preoccupati.
Ma non c’è neanche il tempo di ragionare: il giorno appresso, il 9 maggio, arriva la comunicazione di “attivazione procedura di mobilità per cessione attività produttiva……..”.
Le motivazioni sono a pagina tre della comunicazione: “negli ultimi mesi nel territorio si sono determinate condizioni di degrado e di instabilità, determinate dal noto problema dei rifiuti in Campania e dalle conseguenti continue situazioni di tensioni locali (blocchi stradali, incendi, sommosse popolari)…..”!!!
E ancora: “in aggiunta quanto sopra, si ricorda che durante il corso del mese di Aprile, come previsto con decreto del Commissario Straordinario, nelle zone prospicienti lo stabilimento è divenuta pienamente operativa un’area di stoccaggio di rifiuti…….”
Inutile commentare!
Ritorna la tensione. Ritornano in campo i sindacati nazionali e, finalmente, l’accordo si firma nei termini proposti a Napoli.
Alcune domande:
- in questa vicenda qualcuno ha visto una proposta di piano industriale per capire quali sono le prospettive e quali le intenzioni del “padrone”?
- il Mangimificio resterà chiuso, o finalmente qualcuno ragionerà sulla riapertura?
- La famosa fidejussione versata nel 2003, verrà restituita lo stesso, allo scadere dei cinque anni?
Certo è ben strana la vicenda di questo stabilimento costruito con i soldi pubblici della legge 219/1981 le cui finalità, viene ricordato nell’atto di transizione fra Ministero e la Nestlè, erano: “ di promuovere nuovi investimenti e nuova occupazione e, al contempo, di eliminare ulteriori oneri a carico dell’Amministrazione...”
Nuovi oneri non so se ce ne sono stati, ma per quanto riguarda nuovi investimenti e nuova occupazione, mi sembra, Eboli stia aspettando.
Quand’è che il Ministero riprenda in mano l’intera vicenda?
Questa doveva essere la prima forte richiesta da parte dell’Amministrazione Comunale.

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